In questi giorni il mondo intero sta rendendo onore a Nelson Mandela; come sempre, perché si parli di Africa sui media è necessario -terzomondismo a parte- un pretesto legato all'intrattenimento popolare, in tal caso i mondiali di calcio, ma possiamo comunque apprezzare come un segno dei tempi che simili tributi vengano resi a questo grande uomo politico e "freedom fighter" del continente, se non altro perché appunto assistiamo a uno dei pochi casi in cui la personalità africana ad essere celebrata appartiene non più ai palcoscenici dello sport o dello spettacolo. Ciò nondimeno, gli eventi e i molti commenti udibili in questi giorni sono alquanto emblematici della qualità intrinsecamente anfibia della morale occidentale, per ragioni su cui vorrei meditare assieme.
Parlare in termini positivi di Nelson Mandela è oggi estremamente facile. E' la scelta, l'unica opzione in grado di soddisfare il totalizzante calmiere del politically correct, e chi non vi si adeguasse sarebbe (del resto giustamente!) considerato alla stregua di un fanatico neo-nazista. Con ciò non intendo minimamente proiettare ombra alcuna sulla persona, ma semplicemente rilevare come attualmente sottoscriverne la celebrazione non costituisca altro se non un comodo salto sul carro dei vincitori. Anche se la dignità di Mandela resta inintaccata, simile atteggiamento mira a mascherare la schiacciante evidenza che il mondo resta tuttora dominato, sul piano pratico, da strutture politiche ed economiche tendenti alla conservazione della supremazia bianca; si tratta del classico atteggiamento di concentrarsi a fissare il dito indicante la luna invece che la luna indicata dal dito, per cui il nostro, come Marthin Luther King in America, può divenire un personaggio celebrato per rendere la falsa idea che problemi mai davvero superati si siano risolti con un batter di ciglia. Il colonialismo, a parte il suo protrarsi in nuove forme, è già di per sé un male che lascia conseguenze pesantissime, e senza una riparazione non è possibile uscire dalla sua spirale; celebrare il singolo individuo non costituisce riparazione alcuna al male compiuto e a quello in corso. Ma su questo punto non vorrei soffermarmi oltre.
La maggior parte dei politici, opinionisti, giornalisti e altri -isti che oggi non insinuerebbero mai, neppure per scherzo, critica alcuna a Mandela, appartengono a sistemi ideologici e culturali che in linee generali sostengono un'impalcatura morale e politica che negli anni della prigionia di Mandela continuava a collaborare con il Sudafrica razzista tramite la Nato o le iniziative capitalistiche delle elites bianche.
A parte sparuti esempi, per contro, quasi mai sui media si parla del Re dei Re d'Etiopia, Qadamawi Haile Sellassie, ma ciò che è più grave, quando raramente lo si nomina, ancora ciò avviene reiterando vecchi acritici cliché coloniali che ne farebbero un dittatore astuto, anche quando illuminato; anche ciò fa parte del politically correct entro il senso di auto-referenziale auto-convincimento della cultura italiana e dei suoi idoli.
Ora però, i conti non tornano.
Pochi sanno, e nessuno dice, che nel 1962 Nelson Mandela fu accolto in Etiopia, dal Re dei Re stesso, mentre era soltanto quel che molte nazioni consideravano un "terrorista", e sotto la Sua tutela ricevette un addestramento militare formale insieme con altri suoi compagni di lotta. Vi è una massa di materiale e dati sull'argomento, ma vorrei soltanto dare brevi spunti. Può bastare ricordare che nel 1962 Nelson Mandela fu invitato ad Addis Abeba per rivolgersi autorevolmente al PAFMECSA (Movimento Pan-Africano per la Liberazione dell'Africa Orientale, Centrale e Meridionale), che precedette di appena un anno la fondazione dell'Organizzazione per l'Unità Africana, patrocinata ancora nella capitale etiopica dallo stesso Re dei Re. In Etiopia Mandela ricevette addestramento militare, ovviamente a spese del Governo locale, ma soprattutto -e ciò è maggiormente significativo per rilevanza politica, nel complesso scenario degli interessi coloniali, post-coloniali e neo-coloniali sul continente- un passaporto sotto falso nome (David Motsamayi - vedi foto) che gli consentiva di spostarsi in segreto (un'azione politica che non avrebbe certo fatte contente le potenze occidentali e che emblematizza bene, pertanto, l'autonomia sostanziale del Governo etiopico di allora, contro ogni facile e qualunquistica conclusione in senso opposto).
A quest'ultimo proposito mi preme solo ricordare come Mandela ricevette un passaporto del proprio Paese natale soltanto nel 1990, a seguito cioè della sua tarda liberazione dalla prigionia, e pertanto egli ebbe passaporto etiopico circa trent'anni prima di averne uno sudafricano: ciò significa sostanzialmente che l'Etiopia del Re dei Re fu la prima nazione a riconoscerne ufficialmente e istituzionalmente la dignità di essere umano libero, e anche che egli sia stato formalmente Etiope ancor prima che Sudafricano. Comunque, nella propria Autobiografia, Mandela avrebbe ricordato che l'Etiopia "ha sempre tenuto un posto speciale nella mia immaginazione e il prospetto di visitarla […] mi attraeva più intensamente di un viaggio in Francia, Inghilterra e America messe assieme. Sentivo che avrei visitato la mia stessa genesi, scoprendo le radici di ciò che mi ha fatto Africano".
Negli anni in cui le strutture di potere che elogiano oggi senza riserve Mandela, comodamente curavano i propri orticelli mentre quegli soffriva la prigionia, abbandonato dal mondo, già anni prima Colui che ha vinto il mondo, il Re dei Re Qadamawi Haile Sellassie aveva provveduto alla formazione, al sostegno morale e all'addestramento di questo grande leader a proprie spese, correndo tutti i rischi diplomatici del caso nei confronti delle cosiddette grandi potenze, che non avrebbero gradito una tale infrazione a danno dell'amica Sudafrica, e dunque contro ogni politically correctness del tempo, ma in maniera veramente politically righteous. Negli anni successivi Egli rimase il più fiero avversario del Sudafrica in tutti i consessi internazionali e soprattutto tramite interventi politici seri coordinati dall'Organizzazione per l'Unità Africana, di cui era stato il Fondatore; ricordiamo soltanto che negli anni '60 l'Etiopia e la Liberia, al cospetto del più totale disinteresse delle potenze occidentali che pretendono di costituire la "testa" del mondo democratico, furono le uniche nazioni a portare il caso del Sudafrica presso il Tribunale Internazionale dell'Aja, il quale peraltro trovò il bieco coraggio, sotto la spinta delle medesime potenze occidentali, di respingere le loro istanze e dare ragione al Sudafrica. Ad ogni modo, le azioni parlano meglio delle parole, e certamente il Re dei Re fu per Mandela in tal senso una sorta di Padrino.
Oggi invece, chi allora se ne stava comodamente in poltrona ad assistere al raccapricciante spettacolo dell'apartheid, si permette di reiterarne lo spirito sotto nuove e celate forme: non più attaccando Mandela, certo, ma proseguendo un tipo di cultura che al di là delle facili e clamorose celebrazioni, non cambia di fatto l'approccio dell'uomo rispetto all'Africa e alla supremazia bianca, e soprattutto non rende omaggio a Colui che di ogni processo di libertà in Africa fu il vero Motore Primo, cui ogni altra personalità in qualche modo si raccorda e risale. L'atteggiamento pregiudiziale per cui il Re dei Re, in quanto monarca africano, dovrebbe necessariamente costituire un esempio di arretratezza politica e morale, è un buon esempio di questo atteggiamento culturalmente coloniale fino all'osso, ma va contro ogni realtà storica verificabile e come tale è una bella zappa sui piedi: l'esempio che abbiamo citato, relativo al Sudafrica, dimostra chiaramente dove stava l'illuminazione e dove invece il tetro cinismo nel vero momento del bisogno, non ai festosi mondiali di calcio nella quiete che segue alla tempesta.
A giorni, con l'aiuto dell'Altissimo, pubblicherò la traduzione del discorso tenuto dal Re dei Re a seguito del respingimento da parte del Tribunale dell'Aja dell'istanza contro il Sudafrica presentata da Etiopia e Liberia, contenente un tremendo monito per l'umanità. Sino ad allora, con ogni benedizione

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